Dovete sapere, ormai è risaputo, che a Vicenza è in attivo da decenni
una caserma appartenente alle forze militari statunitensi, la Carlo
Ederle. Molti vicentini, moltissimi in realtà, in questi anni non hanno
fatto altro che deprecare la presenza della caserma nel cuore della
città, così come l'abitudine dei soldati americani di andarsene a zonzo
per i bar di periferia. Molti, moltissimi, dopo la decisione di far
costruire una seconda caserma più grande sul terreno che una volta
apparteneva al vecchio, potrei aggiungere inutile aeroporto Dal Molin,
si sono attrezzati di bandiere, catene e tendoni per impedire l'avvio de
lavori. Il suo nome è Movimento No Dal Molin, e questo è
il simbolo che qui da noi ancora tappezza balconi, magliette e adesivi
attaccati ai cartelli stradali.

Per anni l'intera città si è dovuta
fermare più volte per lasciare spazio alle continue manifestazioni
inneggianti una Vicenza smilitarizzata e la cacciata degli yankees, ma
non è bastato. La base si farà.
Io personalmente non ho mai
partecipato a nulla di tutto questo, me ne stavo tranquilla a rimirare
la silenziosa invasione di enormi ragazzoni dalle teste rasate e dai
bermuda sotto il ginocchio, contando dagli spalti del Gobbato (lo stadio
del Rugby vicentino, sede dei Rangers, presto costretto alla
demolizione perché troppo vicino alla nuova caserma) le gru che
settimana dopo settimana si moltiplicavano sugli edifici in costruzione,
al Dal Molin. L'anno prossimo arriveranno 2mila soldati in più: certo,
sono tanti, ma io l'ho sempre vista come un'occasione per Vicenza, per
la sua economia e la sua società da buco-city, purtroppo sempre troppo
tesa alla chiusura.

Una volta i soldati, poco più che ventenni,
non si interessavano ai ragazzi italiani: avevano i loro bar, le loro
discoteche, le loro pizzerie. Tutto è cambiato con il ritorno dei
paracadutisti dall'Afghanistan, nel novembre 2010. Hanno iniziato ad
uscire in centro storico, a frequentare i nostri stessi bar, a ballare
vicino a noi nei locali, ad avvicinarsi alle ragazze (sempre con
delicatezza e non abitualmente), o per chi ha famiglia a mandare i figli
nelle nostre stesse scuole. C'è chi non li sopporta, chi li vede come
degli omaccioni ingombranti e beoni, figli di una società, quella
americana, sempre pronta a imporre la sua presenza sugli altri, ma in
realtà io non riesco a vederli così, non sono molesti. Inoltre se solo
decidessero di esserlo rischierebbero di venire rispediti in America
sotto tribunale militare, quindi gli conviene parecchio non fare
cazzate.
Ieri sera ero in centro con due amiche e inizialmente ci
si sono avvicinati due di loro: Zen e Craig, il primo un tipo basso del
Minnesota, il secondo un armadio mulatto dell'Indiana. Bevevano come
spugne ma rimanevano lucidi, intanto a noi bastava divertirci parlando
in inglese. Ad un certo punto ci siamo trovate attorniate da ragazzi
della nostra età, tutti con la testa rasata e il sorriso sghembo di chi
ha bevuto troppo. Tutti si presentavano e ci facevano domande
sull'Italia, dicendoci quanto loro si trovino bene qui. Un certo Jesus
dalla Florida aveva pure iniziato a parlarmi in spagnolo, tutto contento
che lo capissi :)
Tra un mese partono tutti, tornano in Afghanistan.
Nel deserto per un altro anno, a stanare bombe. Si può odiare questa
stupida guerra voluta dal loro governo, si può anche mal sopportare di
vivere in una città militarizzata... Ma se ci sono, perché continuare ad
evitarli?